Esportazioni Cina: problemi per i paesi dipendenti

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Esportazioni Cina: problemi per i paesi dipendenti

Problema per i paesi che fanno esportazioni verso Cina. L’ingresso della Cina nel WTO nel 2001 e la sua successiva crescita fino a diventare il maggior partner commerciale del mondo, potrebbero aver messo gran parte dell’economia mondiale a rischio nel momento in cui il governo si allontana da una crescita veloce ma di bassa qualità per spostarsi su un’espansione più lenta ma maggiormente sostenibile.

Il rallentamento potrebbe avere un certo impatto in particolar modo sulle nazioni emergenti e produttrici di materie prime.  Lo scorso anno, le importazioni della Cina hanno raggiunto 1.800 miliardi dollari, più o meno come il PIL annuale dell’India – la 10° maggior economia. Il cammino della Cina verso una crescita più sostenibile ha scatenato ondate di  vendite, con l’indice Shanghai Composite Composite in ribasso del 15 per cento dai massimi di Maggio, ed una crisi del credito  che potrebbe essere stata progettata dalla PBOC per migliorare l’efficienza nel settore finanziario.

La PBOCha probabilmente riconosciuto che il settore bancario ha fatto troppo affidamento sul denaro facile, sui prestiti eccessivi e su inefficienti allocazioni di capitale, portando ad una gestione della liquidità al di fuori dello standard. Nel 2007, ogni dollaro di nuovi prestiti in yuan ha contribuito a produrre 7,4 dollari del PIL; questo rapporto è crollato a 3,6 nel 2009, e terminato nel2012 a6,3, il che implica che la crescita del credito sta producendo un minor guadagno in termini di crescita economica rispetto al periodo pre crisi.

Il consensus di Bloomberg sulla previsione del PIL per il 2013 è scesa al 7,7 per cento a
fine giugno dall’8,1 per cento nel mese di aprile e sono probabili revisioni supplementari al ribasso. L’obiettivo del governo è il 7,5 per cento, che può considerarsi ottimistico dal momento che i dati continuano a deteriorarsi. L’effetto più immediato di un rallentamento si potrà probabilmente avvertire in Australia, già colpita nelle aspettative di crescita a causa del tapering della Federal Reserve. Il dollaro australiano è precipitato di oltre il 10 per cento dalla metà del mese di Aprile.La Cina consuma il 30 per cento delle esportazioni Australiane, l’equivalente di quasi il 20 per cento del PIL australiano. Nel 2001,la Cina consumava meno del 6 per cento di queste esportazioni. La dipendenza australiana è cresciuta dal 16 per cento del 2008, dopo la realizzazione dello stimolo fiscale in Cina programmato nel 2009, che ha creato un aumento della richiesta di materie prime.

Lo sforzo cinese per frenare l’eccessiva crescita del credito potrebbe attenuare la richiesta di materie prime e pesare ulteriormente sull’economia australiana. L’indice cinese Producer Price, un proxy per la domanda di materie prime, è stato negativo per 15 mesi fino a maggio. Nel 2012, circa tre quarti di quasi 60 miliardi di dollari di export di minerale di ferro australiano sono stati spediti in Cina, rispetto ad un quarto di questa cifra nel 2001.

Attualmente, 35 paesi dipendono dalla Cina per il 15 per cento o più delle loro esportazioni, guidate dalla Mongolia con una dipendenza dell’89 per cento. Queste 35 nazioni contribuiscono per circa 12 trilioni di dollari al PIL mondiale, circa il 16 per cento del totale. La dipendenza del mondo dalla Cina si è modificata radicalmente da quando il paese ha aderito al WTO nel 2001. Allora, solo quattro paesi facevano affidamento sulla Cina per il 15 cento o più delle esportazioni. Degli altri 21 paesi con la maggior esposizione alla Cina, 13 si trovano in Africa, guidati dal Gambia al 59 per cento. Questo è un effetto secondario dell’investimento sostanziale della Cina nel continente nero per garantirsi le materie prime.

esportazioni cina

 

Giappone, Brasile e Corea del Sud sono gli unici tre paesi con esposizione maggiore del 15 per cento che possiedono economie di valore superiore a 1 trilione di dollari. Tutti e tre hanno visto le loro valute deprezzarsi di circa il  7 per cento dall’inizio dell’anno, sebbene in Giappone  ciò sia stato in gran parte dovuto all’attuazione della Abenomics. In Corea del Sud, 1 $ ogni 4 di export è inviato in Cina, pari a circa il 12 per cento della produzione totale.  Escludendo il quarto trimestre del 2008 ed il primo trimestre del 2009, la crescita trimestrale del PIL della Corea del Sud annuale ha avuto una media di circa l’1 per cento quando la Cina ha ottenuto una crescita inferiore all’8 percento, rispetto al 3,9 per cento trimestrale quandola Cina è cresciuta tra l’8 per cento ed il 10 per cento dal2003. In trimestri in cui la Cina è cresciuta di oltre il 10 per cento, la crescita della Corea del Sud ha avuto una media del 5,3 per cento.

Mentre il rallentamento della Cina è una cattiva notizia per molte economie che dipendono dalle esportazioni, probabilmente questa è però vicina ad un minimo. Crescita inferiore all’obiettivo del 7,5 per cento porterebbero probabilmente a misure di easing aggiuntive che possono comprendere un taglio dei tassi e l’accelerazione di progetti d’investimento. Questi ultimi possono concentrarsi su infrastrutture necessarie a supportare l’aumento del tasso di urbanizzazione che è pari a circa il 50 per cento.

Il maggior rischio di ribasso è però relativo alla dinamica del debito interno, che potrebbe annullare le misure di easing spingendo la crescita ben al di sotto dell’obiettivo. Il governo potrebbe perciò decidere di ridurre il target al 7 per cento l’anno prossimo, con le economie dipendenti dalla Cina che potranno affrontare nuovi venti contrari nel futuro.

 

Articolo di Michael McDonough, Bloomberg Economist

Traduzione di Daniele Russo

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